Uno studio di Banca d’Italia analizza 25 anni di contrattazione collettiva. Aumentano i ritardi nei rinnovi dei CCNL e diminuisce la frequenza degli adeguamenti retributivi. Il ruolo della contrattazione aziendale e le implicazioni per le imprese.
La contrattazione collettiva in Italia ha registrato negli ultimi venticinque anni un progressivo allungamento dei tempi di rinnovo dei contratti nazionali e una minore frequenza degli adeguamenti retributivi.
È quanto emerge dal nuovo studio pubblicato il 13 ottobre 2026 dalla Banca d’Italia, intitolato La contrattazione collettiva in Italia negli ultimi venticinque anni: evidenze dall’archivio della Banca d’Italia sui CCNL maggiormente rappresentativi.
La ricerca, realizzata da Giulia Bovini, Raffaella Nizzi e Gaetano Basso e pubblicata nella collana Questioni di economia e finanza, n. 1070, prende in esame l’evoluzione dei 50 contratti collettivi nazionali di lavoro più rappresentativi del settore privato non agricolo nel periodo 2000-2025.
Il quadro che emerge evidenzia alcune criticità strutturali del sistema italiano delle relazioni industriali, ma anche il ruolo svolto dalla contrattazione aziendale e territoriale nel compensare parzialmente i ritardi negli aumenti dei minimi contrattuali.
Il documento integrale di Banca d’Italia offre elementi di analisi particolarmente interessanti per imprese, HR Director, responsabili delle relazioni sindacali e professionisti del diritto del lavoro.
Contrattazione collettiva in Italia: cinque risultati dello studio
1. Retribuzioni contrattuali: +61,2% nominale, ma -1,3% reale
Tra il 2000 e il 2025, nella media dei settori esaminati, i minimi retributivi stabiliti dai CCNL sono aumentati complessivamente del 61,2% in termini nominali.
Una volta considerata l’inflazione, tuttavia, le retribuzioni tabellari hanno registrato una riduzione dell’1,3% in termini reali.
La perdita di potere d’acquisto è riconducibile soprattutto alla forte crescita dei prezzi verificatasi nel triennio 2021-2023, quando gli aumenti contrattuali non sono riusciti a tenere il passo con l’inflazione.
È importante precisare che questi dati riguardano i minimi retributivi dei CCNL analizzati, non l’andamento complessivo delle retribuzioni effettivamente percepite dai lavoratori, che possono comprendere ulteriori componenti economiche.
2. Rinnovi CCNL: aumentano i ritardi nelle trattative
Uno dei dati più significativi riguarda l’allungamento dei tempi necessari per il rinnovo dei contratti collettivi nazionali.
Secondo la ricerca, la percentuale di accordi rinnovati con almeno tre mesi di ritardo è passata:
- dal 61% nel periodo 2000-2004;
- all’86% nel periodo 2020-2025.
Si tratta di una trasformazione importante del funzionamento della contrattazione nazionale.
Nel modello italiano, infatti, i contratti scaduti continuano generalmente a produrre effetti fino al rinnovo successivo, ma durante i periodi di vacanza contrattuale i minimi retributivi possono rimanere invariati.
Quando l’inflazione è elevata, l’allungamento dei tempi di rinnovo può quindi determinare una progressiva erosione del potere d’acquisto.
3. Gli adeguamenti salariali diventano meno frequenti
Lo studio evidenzia anche una riduzione della frequenza degli aggiornamenti dei minimi retributivi.
Nel periodo 2000-2004 gli adeguamenti avvenivano mediamente ogni 11 mesi.
Nel periodo 2020-2025 l’intervallo medio è salito a 16 mesi.
Secondo gli autori, questo fenomeno è spiegato prevalentemente dall’aumento dei ritardi nei rinnovi, mentre l’allungamento della durata degli accordi ha avuto un’incidenza più limitata.
La minore frequenza degli adeguamenti rende particolarmente importante la definizione delle modalità di distribuzione degli aumenti nel corso della vigenza contrattuale.
Anche la scelta del numero delle tranche e della loro collocazione temporale può incidere sulla dinamica delle retribuzioni percepite dai lavoratori.
4. Industria e servizi: dinamiche retributive molto differenti
Un altro risultato significativo riguarda le differenze tra i settori economici.
Nel periodo 2000-2025, le retribuzioni tabellari hanno registrato:
- Industria: incremento reale medio del 4,3%.
- Servizi privati: diminuzione reale media del 5,9%.
La ricerca evidenzia che i rinnovi dei CCNL nei servizi privati hanno presentato ritardi mediamente più lunghi rispetto a quelli dell’industria.
Nell’analisi del periodo, il ritardo medio risulta pari a circa 22 mesi nei servizi privati, contro 6 mesi nell’industria.
Nel settore industriale, inoltre, sono più diffuse clausole che consentono di adeguare i minimi retributivi agli scostamenti tra inflazione prevista ed effettiva.
Il confronto dimostra come la struttura degli accordi collettivi e le modalità di negoziazione possano produrre risultati significativamente differenti anche all’interno dello stesso sistema nazionale di relazioni industriali.
5. La contrattazione aziendale può compensare parzialmente i ritardi
Lo studio dedica particolare attenzione alla relazione tra le retribuzioni contrattuali stabilite dai CCNL e le retribuzioni effettive, che comprendono anche componenti definite a livello aziendale, territoriale o individuale.
L’analisi evidenzia una correlazione positiva tra i periodi di vacanza contrattuale e la crescita delle componenti retributive ulteriori rispetto ai minimi nazionali.
Secondo gli autori, questo risultato suggerisce che la contrattazione di secondo livello e le iniziative autonome delle imprese abbiano contribuito a compensare parzialmente i mancati adeguamenti delle retribuzioni tabellari.
Si tratta di un risultato empirico che non dimostra, da solo, un rapporto causale generalizzabile a tutte le imprese, ma che conferma l’importanza delle componenti retributive ulteriori rispetto ai minimi nazionali.
La ricerca evidenzia inoltre il ricorso frequente a erogazioni una tantum, presenti nel 56% degli accordi di rinnovo esaminati nel periodo 2000-2025.
Queste somme possono offrire una compensazione temporanea, pur non producendo gli stessi effetti strutturali di un incremento permanente dei minimi retributivi.
Il rapporto tra contrattazione nazionale e contrattazione di secondo livello
Il sistema italiano delle relazioni industriali si fonda tradizionalmente su due livelli negoziali.
La contrattazione nazionale definisce il quadro generale delle condizioni economiche e normative applicabili ai lavoratori dei diversi settori.
La contrattazione aziendale e territoriale, nei limiti previsti dalla disciplina applicabile, può integrare tale quadro attraverso strumenti collegati alle esigenze organizzative, alla produttività e alle specificità delle imprese.
La ricerca di Banca d’Italia evidenzia come i due livelli possano concorrere alla determinazione della retribuzione effettivamente percepita.
Per le imprese, diventa quindi importante coordinare le politiche retributive con il calendario dei rinnovi nazionali, con le condizioni economiche dei settori e con gli strumenti disponibili nell’ambito della contrattazione decentrata.
Le implicazioni per HR Director e responsabili delle relazioni sindacali
I risultati dello studio offrono alcuni elementi utili per la gestione delle politiche del personale.
In particolare, le imprese possono valutare l’opportunità di:
- Monitorare le scadenze dei CCNL, considerando gli effetti economici e organizzativi dei periodi di vacanza contrattuale.
- Pianificare gli incrementi del costo del lavoro, tenendo conto delle possibili modalità di distribuzione degli aumenti.
- Valorizzare la contrattazione aziendale, attraverso strumenti coerenti con il quadro normativo e contrattuale applicabile.
- Coordinare politiche retributive e produttività, valutando le condizioni economiche e organizzative dell’impresa.
- Rafforzare il dialogo con le rappresentanze sindacali, favorendo relazioni industriali fondate sulla conoscenza delle dinamiche contrattuali e retributive.
Queste indicazioni rappresentano possibili applicazioni manageriali dei risultati della ricerca e non nuovi obblighi introdotti dalla pubblicazione.
Contrattazione collettiva e politiche retributive: le prospettive per le imprese
Lo studio di Banca d’Italia conferma che la contrattazione collettiva rappresenta uno degli elementi centrali del funzionamento del mercato del lavoro italiano.
L’evoluzione dei tempi di rinnovo, la diversa capacità dei settori di recuperare gli effetti dell’inflazione e il ruolo della contrattazione decentrata evidenziano la complessità dei meccanismi di determinazione delle retribuzioni.
Per le organizzazioni, il tema non riguarda soltanto l’applicazione delle disposizioni contrattuali, ma anche la capacità di integrare politiche retributive, pianificazione economica e gestione delle relazioni industriali.
In questa prospettiva, lo sviluppo delle competenze dei responsabili HR, dei professionisti del diritto del lavoro e dei soggetti coinvolti nella negoziazione sindacale assume particolare importanza.
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